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Imprenditori suicidi? Ecco la "banca" alternativa

di Laura Eduati

Un édile padovano crea una cassa per aiutare piccoli proprietari in difficoltà

Obiettivo: fermare i suicidi dei piccoli imprenditori nordestini. Come? Creando una fondazione di mutuo soccorso che possa fare da garante presso le banche che, ormai, non concedono una lira ad artigiani e proprietari di imprese invischiati nella crisi.

«Non voglio sostituirmi agli istituti di credito, mi piacerebbe soltanto dare una mano al popolo delle partite Iva che soffre e non viene aiutato da nessuno» spiega Rocco Ruotolo, titolare della Edilrocco con sede a Padova. Ruotolo riceve giornalmente sms e mail di incoraggiamento da piccoli imprenditori veneti, lombardi, friulani ma anche siciliani e campani. Quattrocentotrenta sono ormai i sostenitori della Fondazione di garanzia al credito, associazione senza scopo di lucro nata quasi per caso lo scorso agosto quando Rocco - nome e cognome tradiscono le origini avellinesi - non ottenne il credito per un terreno che aveva appena acquistato nonostante la sua azienda godesse di ottima salute.

E poi le cronache che negli ultimi mesi raccontano lo stillicidio di padroncini falliti che, disperati, si tolgono la vita. Dal 2008 sono almeno una ventina nel Veneto, quattro dall'inizio dell'anno nella sola provincia di Padova. Erano proprietari di piccole aziende con una manciata di dipendenti, oppure gestori di bar, ambulanti, persino un avvocato. Tutti precipitati nel baratro dei debiti, fornitori che bussavano alla porta per ottenere il pagamento, operai senza salario da mesi.
L'ultimo si chiamava Oriano Vidos, 50 anni, viveva a Galliera Veneta (Pd), impresario edile al collasso. Si è impiccato nella cantina di casa mettendosi un cappio al collo. Era rimasto disoccupato, le banche non gli fornivano prestiti, nessun sussidio di disoccupazione. La scorsa settimana aveva scelto di farla finita Paolo Trivellin, residente a Lozzo Atestino (Pd), angustiato perché non riusciva a pagare lo stipendio ai suoi lavoratori. Il 12 gennaio O.A., quarantenne rodigino, si era impiccato perché il suo piccolo minimarket non riusciva a decollare, schiacciato dalla grande distribuzione.
L'elenco è lungo. Più lungo dell'elenco degli operai che, rimasti senza lavoro, scelgono il suicidio. Un'apparente anomalia del Nordest in crisi, dove il tessuto produttivo è composto in stragrande maggioranza da piccole e medie imprese nelle quali il padrone, spesso ex operaio, stabilisce un forte legame anche affettivo con i dipendenti. Il fallimento economico, dunque, è anche fallimento sociale.

«Aggiungiamo pure che noi italiani non abbiamo interiorizzato il modello anglosassone dell'impresa, se falliamo non esiste una seconda possibilità, le banche non accettano nemmeno l'apertura di un conto corrente, sei marchiato a vita, i processi durano lunghi anni e non è possibile ricostruire nulla», commenta Ruotolo. Le banche, la bestia nera. «Le banche, ma anche Confindustria, Confartigianato, Confcommercio. Le associazioni di categoria non ci tutelano, parlano a vanvera senza conoscere i veri problemi che ci affliggono». E allora meglio arrangiarsi. Il popolo viola dei piccoli imprenditori vuole una rivoluzione, è disilluso dalla politica, persino da quella Lega che ha fatto la sua fortuna costruendo l'immagine di un partito vicino alla gente. Un artigiano ha scritto a Rocco: «Sei la nostra Solidarnosc». E lui, che spera un giorno di contare migliaia di iscritti alla sua Fondazione di mutuo soccorso, sorride: «Mica vogliamo la rivoluzione. Diciamo che sarà come il muro di Berlino, il sistema cadrà senza spargimenti di sangue». Pensa in grande, questo imprenditore padovano di adozione: «Basta con questi discorsi sulla classe operaia e la classe dei padroni. In Italia non esiste soltanto la Fiat. In Veneto le piccole imprese non guadagnano cifre enormi, il 90% degli artigiani fa la fame e non può nemmeno sperare nella cassintegrazione». Niente classismi. «No», puntualizza Ruotolo, «vorrei aiutare anche gli operai che non ottengono un mutuo dalle banche, fare da garante e dare una mano alle persone in crisi economica. Per ripartire».

Finora la Fondazione di garanzia al credito, regolarmente registrata, ha attirato l'interesse di molti proprietari di azienda in difficoltà. Ma non è stato possibile dare loro una mano perché la quota raccoltà è ancora insufficiente. Per aderire basta riempire un formulario, versare trenta o cinquanta euro, addirittura mille per i sostenitori. Nessuna pubblicità nel senso classico, un semplice passaparola e continui aggiornamenti sulla pagina di Facebook. Ruotolo è ottimista: «Ce la faremo. Senza l'aiuto della politica che sottovaluta il nostro malessere e continua a pensare che l'Italia vive solo di grandi aziende».

Fonte articolo: www.liberazione.it

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