Il Pdl e il decreto: comunque vada sarà un insuccesso
di Donato De Sena
La mancanza di appoggio dell’opposizione su una soluzione politica condivisa mette Silvio all’angolo. La riapertura dei termini per l’ammissione delle liste è pur sempre una forzatura. Che fa perdere consensi. Soprattutto se nel centrodestra non tutti fanno quadrato
Il “totalmente inaccettabile” col quale Pierluigi Bersani ieri ha etichettato la proposta del governo di varare un decreto legge che riaprisse i termini per la presentazione delle liste, era l’unica strada davvero percorribile, per il Pd e per l’opposizione tutta. Un’apertura del Partito Democratico ad una soluzione politica avrebbe sicuramente e nettamente spaccato i democratici, già inequivocabilmente schierati ben prima della uscita del segretario.
DURA LEX SED LEX – Bastava leggere i loro aggiornamenti di stato di Facebook per capire che non ci sarebbe stato spazio per un cambio di marcia rispetto al richiamo al rigoroso rispetto delle regole degli ultimi giorni. “La legge è uguale per tutti – scriveva il deputato Giampaolo Fogliardi – ed i signori del Pdl comincino ad abituarsi a rispettarla. Se il partito di maggioranza non è in grado di amministrare sé stesso come farà ad amministrare la grave situazione del Paese in crisi?”. “Berlusconi si vuole fare la legge: sostiene che ci sia troppa fiscalità!!! Vergogna!!!”, gridava, invece, Ileana Argentin. Stessa linea di Antonio Misiani: “Adesso questi cioccolatai del Pdl si apprestano a fare un decreto per risolvere i pasticci che hanno fatto con firme e liste”. Mentre spiegava Jean Leonard Tuadi: “Caos calmo… Consiglio dei ministri convocato per questa sera alle 22.00. L’esecutivo si appresta a sostituirsi al potere giudiziario con uno strappo democratico gravido di conseguenze. Ma non dicevano i romani, padri del diritto, “dura lex sed lex” ? In democrazia la forma è sostanza. Non posso immaginare una democrazia senza regole, torneremo allo stato di natura di hobbesiana memoria”.
FINI ALLA FINESTRA – Ma i problemi per la maggioranza e il Pdl non vengono solo dal muro della minoranza. Le sponde non arrivano nemmeno dal proprio schieramento. Manco a dirlo, Fini si smarca e rifiuta ogni soccorso. “Non partecipa a comizi elettorali e, di conseguenza, si esclude la sua partecipazione alla manifestazione di questo pomeriggio in piazza Farnese a Roma”, comunicava ieri mattina il portavoce del Presidente della Camera, lasciando però aperto uno spiraglio per una partecipazione di Fini alla riunione pomeridiana dei parlamentari del Pdl del Lazio alla quale sarebbe stato presente anche Berlusconi, ma successivamente rinviata. Era stato un berlusconiano come l’onorevole come Giorgio Stracquadanio dalle colonne di Libero, nel provare a spiegare il perché nel Pdl vi fossero simili atteggiamenti, a tirare in ballo l’ex presidente di An: “Ciò che attanaglia il Pdl – scriveva – è la sindrome del dopo. Quasi tutta la classe dirigente, a partire da Fini con la sua FareFuturo, per passare al gruppo che si è riunito ad Arezzo e alle altre realtà variamente organizzate in correnti ribattezzate fondazioni in omaggio alla seconda Repubblica, cerca di individuare le strade da seguire per essere pronti al momento in cui Berlusconi lasciasse il campo”.
QUANTI VOTI COSTA IL DL? - Con l’arrivo del decreto Silvio metterà di nuovo in gioco, nel Lazio, il suo centrodestra. Ma il suo partito e la sua coalizione dovranno sorbirsi le accuse di aver forzato eccessivamente il corso della partita elettorale. E più si ritarda oggi nell’approvazione, più diventa tema di campagna elettorale e più se ne parlerà dopo il sì dell’esecutivo. Il provvedimento presentato ieri sera al presidente Napolitano potrebbe davvero condizionare il voto più di quanto non possa fare una legge ad personam. E se anche consentisse la vittoria della Polverini, la riammissione del Pdl romano potrebbe invece pesare negativamente sul consenso nel resto in Italia. E di regioni in bilico su e giù per la penisola ce ne sono più di una.
dal sito http://www.giornalettismo.com


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