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Dopo Roma la Lombardia

di MARCELLO SORGI

Detto da lui, l'ultimo dei leader della Prima Repubblica e l'unico ad essere riuscito a traghettare nella Seconda, suonava ancora più pesante. «Dilettanti allo sbaraglio» aveva apostrofato il vecchio Bossi, con lo sdegno del consumato professionista della politica, la Polverini e i borgatari romani di An suoi sostenitori, responsabili della mancata presentazione delle liste del Pdl e della candidata presidente a Roma.Oltre al disprezzo per la confusione con cui era stata condotta l'operazione dagli ex-An, il duro giudizio del Senatur malcelava la sua intima soddisfazione per il fatto che il pasticcio era accaduto a Roma, a ulteriore conferma dell’approssimazione tipica della Capitale. «Dilettanti», insomma, e per di più romani: nulla di peggio, agli occhi degli elettori leghisti del Nord e del loro leader carismatico. Anche per questo Bossi aveva subito dettato una linea rigorosa, prontamente applicata dal ministro dell’Interno Maroni, che invitava Berlusconi ad evitare interventi del governo che avrebbero potuto risolversi in una toppa peggiore del buco. A malincuore il premier, furente per l’esclusione delle liste ma più propenso a trovare una via d'uscita a qualsiasi costo, aveva dovuto prenderne atto e spiegare alla Polverini che non c'erano molte soluzioni sul tappeto.Questa inviolabile linea del Piave - ma forse sarebbe più corretto definirla linea del Po -, è franata miseramente mercoledì sera, di fronte alla sentenza della Corte d'Appello di Milano che ha escluso Formigoni, e con lui tutti i partiti che lo sostenevano, compresa la Lega, dalle regionali in Lombardia. Il dietro-front del Carroccio, per nulla imbarazzato, è maturato nel corso di una sola notte davanti al rischio, incalcolabile per la Lega, di non partecipare per la prima volta dopo oltre vent’anni alle elezioni nella regione simbolo della cultura nordista, la Lombardia ombelico della Padania.Così, già ieri mattina, ecco Bossi reclamare il decreto che fino a due giorni prima aveva escluso; ecco Maroni intento in una difficile conversione a "U", ed ecco Calderoli, il ministro più istituzionale della Lega, l'uomo che ebbe il coraggio di definire una «porcata» la legge elettorale che portava la sua firma, raccomandare al suo leader e al suo collega del Viminale un sondaggio preventivo con il Quirinale, per evitare di approntare un decreto che magari il presidente Napolitano non avrebbe firmato. Mai dire mai, diceva una vecchia regola della politica. Che stavolta, anche un uomo consumato come Bossi deve aver dimenticato.

dal sito http://www.lastampa.it

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