Gli sciacalli e la carcassa Telecom
Telecom a Telefonica, una evitabile svendita di Stato
di: Filippo Ghira
La vicenda Telecom, che vede il gruppo italiano sul punto di essere inglobato dalla spagnola Telefonica, è emblematico per comprendere il modo di essere e di agire degli imprenditori italiani, quantomeno quelli che trafficano con l’alta finanza e con le banche d’affari e di investimento, attraverso la “ingegneria finanziaria”, gli stessi in grado di stabilire rapporti preferenziali con la politica che fornisce loro finanziamenti pubblici e regalie vari. Nulla a che fare con i tanti piccoli e geniali imprenditori che costituiscono invece la spina del nostro sistema industriale e sono capaci di creare prodotti innovativi dal punto di vista tecnologico e di imporli su tutti i mercati del mondo. Mario Borsa in un’ormai introvabile libro li aveva definiti “Capitani di sventura”. Un altro studioso come Napoleone Colajanni aveva parlato di “Capitalisti senza capitali”, nel senso che costoro, per fare gli imprenditori, si facevano dare i soldi dallo Stato ma non rischiavano niente di proprio, l’aspetto che rappresenta invece il principio basilare del fare impresa. Un modo di operare che per decenni ha contraddistinto l’attività degli Agnelli (Fiat), tanto per fare un nome che ha caratterizzato per oltre un secolo la storia del nostro Paese. Una mentalità che evidentemente ha fatto scuola visto che ha partorito non pochi emuli.Oggi la Telecom appare per quello che è, un gigante azzoppato sul quale tanti sciacalli hanno banchettato lautamente. Un ex colosso soffocato dai debiti (34 miliardi di euro) molto superiori ai ricavi (appena 28 miliardi) che impediscono qualsivoglia prospettiva di sviluppo. Una situazione che appare di un’evidenza cristallina a qualsiasi osservatore esterno, anche non esperto del settore delle telecomunicazioni, perché solo un folle potrebbe pensare seriamente di rimettere in sesto Telecom e di rilanciarla con un debito così gigantesco, il cui ripiano appare impossibile considerato che buona parte dei guadagni di Telecom deve essere destinata a pagare i relativi interessi. Eppure, i vertici aziendali continuano ad ostentare ottimismo sulle progressive sorti del gruppo e sui futuri scenari di sviluppo del settore e sull’integrazione con sistemi televisivi vari e con Internet. In realtà, la situazione è a dir poco tragica e le voci insistenti su Telefonica che allunga le sue mani su Telecom testimoniano che un altro pezzo di Italia sta finendo nelle mani di un gruppo straniero.Per capire perché siamo arrivati a tanto è bene fare un po’ di storia e ricordare come è stato possibile che la Telecom, società pubblica portatrice degli interessi nazionali, un tempo gioiello del nostro sistema economico e industriale che macinava sviluppo, ricavi e utili, sia potuta finire come è finita. La prima spiegazione sta nella sudditanza del mondo politico alle logiche e agli interessi della finanza italiana ed internazionale che avevano ed hanno, oggi più di prima, il loro referente legale nei Palazzi di Bruxelles, negli uffici della Commissione europea dove funzionari provenienti dalle multinazionali fanno il bello e il cattivo tempo e indicano ai governi quel che è buono e giusto. La privatizzazione di Telecom venne realizzata nel 1997 e vide il formarsi di un nocciolo duro di azionisti capitanato dalla Ifil degli Agnelli e da alcuni gruppi alleati come la banca San Paolo di Torino. Era in realtà una pattuglia piuttosto debole considerato che poteva contare su un pacchetto di azioni pari ad uno striminzito 6% complessivo ma tale da assicurare il controllo del gruppo, considerato il carattere di “pubblic company” che si era venuto a delineare con centinaia di migliaia di azionisti che non partecipavano alle assemblee sociali ma si limitavano ad incassare il dividendo. All’epoca Telecom fatturava oltre 50 mila miliardi di lire ed aveva un debito più che accettabile di 5 mila miliardi. Tutto cambiò nel 1999 quando Roberto Colaninno, primo azionista dell’Olivetti (che controllava la telefonia cellulare di Omnitel e quella fissa di Infostrada) organizzò una cordata di imprenditori (in realtà finanzieri) “bresciani” sotto la regia di Mediobanca, che ormai era ai ferri corti con gli Agnelli, lanciando un’Opa per il 51% di Telecom. Vennero offerti un po’ di soldi e titoli della Tecnost, una controllata dell’Olivetti che aveva un capitale di appena 80 miliardi. La Tecnost dette vita ad un maxi aumento di capitale e ad un altrettanto enorme prestito obbligazionario sostenuto da banche amiche. Un’operazione che mise in campo 100 mila miliardi dei quali però un buon 75% era virtuale in quanto basato sul nulla. Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio non fece partecipare il Tesoro, azionista di Telecom, all’assemblea straordinaria indetta per votare sull’Opa, la Consob presieduta dal diessino Luigi Spaventa non ebbe niente da ridire su una operazione che anche uno sprovveduto poteva giudicare come destabilizzante per tutto il mercato borsistico. L’Opa, sostenuta anche da alcuni organi di stampa, finì così per passare incontrando l’adesione di moltissimi sprovveduti risparmiatori. Ma lo sforzo era stato immane per Colaninno e soci che nel 2001 dovettero cedere il controllo alla holding Olimpia di Tronchetti Provera (Pirelli), di Benetton e di alcune banche che presto si defilarono. Ma anche Olimpia nel 2007 fu costretta ad andarsene e a cedere il pacchetto di controllo (oggi pari ad un 24,5% delle azioni) alla Telco una holding, guidata da Franco Bernabè, in cui sono presenti Telefonica con il 42,5% ed il resto distribuito tra Intesa-San Paolo, Mediobanca, Assicurazioni Generali e Benetton, che nel 2009 si è tirata fuori. Gente che va, gente che viene, si potrebbe dire. Come in un Grand Hotel o in un bordello. Del resto a questo è stata ridotta la Telecom con soggetti che in questi anni la hanno letteralmente spolpata. Tanto per dirne una, è incredibile che il consiglio di amministrazione formato da uomini di fiducia dei gentili azionisti di Telco, ma anche i loro predecessori fecero lo stesso, abbiano deciso più volte la distribuzione di un dividendo ricorrendo ad un ulteriore indebitamento e castrando all’origine qualsiasi possibilità di risollevarsi. Ma questo è il classico modo di agire dei capitalisti italioti, incapaci di fare industria ma capacissimi nel fare i propri affari. Ora, con Telefonica che sta per allungare le mani sull’intero banchetto, non possiamo certo assumere come consolazione il fatto che si tratta di un socio industriale che, come tale, si spera possa stimolare uno sviluppo industriale. Perché è gioco forza pensare che tutto quanto Telefonica realizzerà, lo farà in funzione degli interessi spagnoli. Questo discorso vale soprattutto se lo leghiamo al destino della rete fissa che rappresenta una struttura strategica per il nostro Paese. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, si è attaccato all’ovvio, ondeggiando tra i timori per il futuro della rete fissa e la volontà di non violare i dettati dei tecnocrati di Bruxelles che non vogliono intromissioni governative nel cosiddetto Libero Mercato. Già, ma come si fa a conciliare il Mercato con gli interessi nazionali? Per Scajola, se andrà in porto l'operazione Telecom-Telefonica, per la gestione della rete di telecomunicazioni il governo si muoverà “in una logica di libero mercato”. Questo perché, “Telecom, è una società privata e in Italia c'è il libero mercato. Questo è un governo liberale che permette alle imprese di svolgere la loro azione”. Ma allo stesso tempo, è evidente che la rete di telecomunicazioni è un bene strategico per l’Italia. Il governo, cosciente che si è di fronte ad un problema di gestione e ad un problema di proprietà, ascolterà le intenzioni di Telecom e Telefonica, poi deciderà cosa fare.Altrettanto ambiguo il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito che ha definito “prive di fondamento” le notizie di stampa su un parere favorevole del governo ad una fusione tra Telecom e Telefonica. Vito ha spiegato che non c'è nessun via libera né un'opposizione perché ancora non c'è stato alcun contatto formale. Una affermazione che fa temere il peggio.
Fonte articolo http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=609

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