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Haiti, partiamo dal cancellarne il debito estero

Di Maurizio Cecconi
Haiti – 9 milioni di abitanti, con un reddito pro-capite di due dollari al giorno con cui sfamarsi e mantenere la famiglia – ha un debito estero di 1300 milioni di dollari e la Banca Mondiale oggi anno obbliga lo stato a versare tra i 50 e i 60 milioni di dollari in interessi.

Le varie nazioni che farneticano da giorni su come aiutare le popolazioni dopo il terremoto, potrebbero partire da qui: azzerare i loro crediti verso Haiti e permettere allo stato d’investire nella ricostruzione e nel miglioramento delle condizioni di vita delle persone.

Certo bisogna evitare con gli aiuti finanziari di risollevare le sorti della dittatura; per evitarlo, sarebbe sufficiente che Obama s’impegnasse a non considerare Haiti un bantustan degli USA.

Perché anche la solidarietà, quando maschera aiuti sotto forma di prestiti, diventa un nuovo cappio con cui soffocare ancor più il futuro di un povero paese travolto dalla tragedia.

http://www.puta.it/blog/2010/01/16/polis/haiti-partiamo-dal-cancellarne-il-debito-estero/

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Unobtanium ed altre preziose risorse.

di Debora Billi

Nel weekend arriva Avatar, filmone hollywoodiano mozzafiato che pare destinato alla storia del cinema. Da quel che ho sentito, è la solita storia "è il bene che vince/è il male che perde" di verdoniana memoria, con un plot piuttosto scontato come sempre accade per le produzioni di oltreoceano. Certo, Cameron non è Besson, e le raffinatezze europee nel dipingere le contraddizioni interiori dei personaggi in America se le sognano.
Comunque, nessuno disdegna un po' di sana fantascienza spettacolare. E quel che c'è di interessante nella trama è che tutto parte da una guerra per le risorse, per una risorsa in particolare: l'unobtanium, che è un fantastico superconduttore per l'energia. (I più scientifici troveranno tutte le info tecniche qui). L'unobtanium è la chiave per le necessità energetiche terrestri del 22mo secolo, consentendo i viaggi interstellari, una risorsa indispensabile in un pianeta ormai al collasso per inquinamento, sovrappopolazione e guerre. Naturalmente, le compagnie terrestri senza scrupoli non esitano a massacrare il pacifico pianeta di Pandora per procurarsi l'unobtanium di cui è ricco. Da qui si dipana la storia.
Tutto ciò, almeno a noi, suona di già sentito. E a quanto pare anche al regista Cameron:
Il film è sull'imperialismo, nel senso che l'umanità ha sempre funzionato così: chi ha forza militare o tecnologica tende a sfruttare o distruggere chi è più debole, in genere per prendergli le risorse. Oggi siamo in un secolo in cui dovremo combattere sempre di più per sempre meno risorse. La popolazione non cala, il petrolio sta finendo, e non abbiamo un Piano B per l'energia, malgrado gli sforzi di Obama sulle energie alternative. Abbiamo avuto otto anni di lobby del petrolio a governare il Paese.
Insomma, pare chiaro cosa rappresenti l'unobtanium. Inoltre, sembra che il film veicoli anche altri messaggi, come l'importanza di mantenere in equilibrio gli ecosistemi, l'idea che i terrestri abbiano sprecato le loro risorse energetiche e che considerino un diritto procurarsene di nuove a qualsiasi costo. E il fatto che un simile messaggio venga divulgato urbi et orbi in tutto il globo attraverso un blockbuster è tutto sommato cosa positiva. Almeno, per quasi tutti.
C'è infatti chi, dopo averlo visto, ha avuto un periodo di depressione e persino pensieri suicidi, al pensiero di come siamo ridotti e di come invece si potrebbe vivere. Esiste già "L'Avatar Blues", racconta la CNN, causato dal disgusto per la razza umana e per il suo rapporto col pianeta visto come ormai morente. Americanate? Chissà. Se andrò a vederlo riferirò, anche se sulle catastrofi incombenti mi considero abbastanza vaccinata.
Penso però che mi sarebbe piaciuto andare a vedere un altro film. Un Avatar centrato sul delta del Niger e i suoi giacimenti ad esempio, invece che su Pandora. Con la gente nera invece che blu. Ma non credo che né Cameron né nessun altro avrebbero mai il coraggio di arrivare a tanto.

Fonte: http://petrolio.blogosfere.it/

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I GRANDI CAPITALISTI ALLA CONQUISTA DELLE TERRE COLTIVABILI DEI PAESI POVERI

Uomini come sciami di cavallette, alla continua ricerca di nuove risorse da divorare, inarrestabili, dietro di loro lasciano solo miseria e dolore.

E' questo il moderno capitalismo?



DI RÓMULO PARDO SILVA
Argenpress

Si impadroniscono delle risorse naturali sempre più scarse attraverso la guerra delle armi o il danaro. La scomparsa delle popolazioni in via di sviluppo a loro non importa.

Lo sfruttamento delle terre coltivabili ha raggiunto il suo limite ma, non contenti, adesso distruggono le foreste. I cambiamenti climatici non garantiscono nessuna sicurezza alimentare per il futuro; i paesi industrializzati e dipendenti aspirano ad una crescita economica permanente e quindi allo sfruttamento irrazionale dell’ambiente; nel 2050, 3 miliardi di persone in più avranno bisogno di interventi di sostegno alimentare; il petrolio si esaurisce e le terre vengono occupate per la produzione di biocombustibili; i prezzi alimentari sono saliti provocando fame ed instabilità sociale.

Di fronte a questa prospettiva crepuscolare, la borghesia cerca la propria sicurezza. Il metodo chiamato agro-colonialismo consiste nel lanciarsi, a livello internazionale, in una valanga di acquisti di terreni appartenenti a popolazioni povere.[1] I loro governi e gli imprenditori legati alla corrotta borghesia locale acquistano queste terre oppure le prendono in affitto per lunghi periodi.

Bahrein, Omán, Qatar, Cina, Corea del Sud, Kuwait, Malesia, India, Svezia, Libia, Brasile, Russia ed Ucraina hanno comprato terre in Africa. Nel 2008 l’Arabia Saudita ha concordato con il governo della Tanzania l’affitto di 500.000 ettari per la produzione di riso e frumento, imprenditori del Kuwait hanno affittato terreni in Cambogia e il governo del Qatar ha creato una società agricola in Sudan insieme ai cittadini del luogo. Nello stesso anno, il Ghana, l’Etiopia, il Mali ed il Kenia hanno concesso loro in locazione milioni di ettari per la produzione agricola o di biocarburanti. In Sud America sono state vendute decine di migliaia di ettari in Argentina, Uruguay e Paraguay. Associazioni indiane stanno comprando intere piantagioni di palma da olio indonesiane e cercano in Uruguay, Paraguay e Brasile terre per coltivare lenticchie e soia.

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari che ha sede a Washington DC, nei paesi poveri di Africa, Cambogia, Pakistan e Filippine sono stati ceduti tra i 15 e i 20 milioni di ettari di terreni coltivabili. Per quanto riguarda il denaro utilizzato non c’è chiarezza alcuna ma per avere un’idea è sufficiente pensare che in cinque paesi subsahariani, per la vendita o l’affitto di 2,5 milioni di ettari di terreno, negli ultimi anni sono stati spesi 920 miliardi di dollari.

Solo un sistema predatore di essere umani e di terre, insieme ai governi locali indifferenti al futuro delle loro popolazioni, può concepire l’idea che persone denutrite possano essere private delle loro terre a favore di paesi ricchi in cui l’obesità rappresenta un grave problema di salute.

La macchina di propaganda giustifica tale conquista coloniale affermando che si tratta di un’azione conveniente per entrambe le parti perché i paesi ricchi apportano tecnologie, capitale, affari e conoscenze. Nascondono che il problema della fame è cronico e, senza ombra di dubbio, nessuno ha mai apportato alcun contributo. Si parla anche del libero commercio, della necessità di concorrenza per sradicare i produttori inefficienti. Principi che non possono essere considerati validi nell’economia dei paesi industrializzati che sovvenzionano i propri agricoltori portando alla rovina quelli dei paesi più poveri.

In realtà gli investitori stranieri sanno perfettamente di pregiudicare gravemente gli sfruttati di sempre. Provocano danni alla terra con le coltivazioni intensive che rompono i ritmi naturali, esauriscono le riserve d’acqua sotterranee, inquinano con prodotti chimici. Sanno che i coltivatori locali saranno allontanati, che si truffano i piccoli proprietari con il pagamento delle loro terre, che le loro coltivazioni di biocarburanti significano minor quantità di prodotti locali e prezzi irraggiungibili. Sanno che il cambiamento di proprietà e l’occupazione hanno aumentato il tasso di suicidio degli agricoltori in paesi come Sri Lanka, Cina e Corea del Sud. In India tra il 1997 al 2007 si sono tolte la vita 182.936 persone. Non conosciamo la cifra in Africa.

I capitalisti si sono impadroniti del mondo. Il loro modo violento di farlo viene condannato ma le loro subdole tecniche di conquista attraverso l’acquisto della natura (petrolio, coltan, diamanti, rame, ferro)…sì, anche se significa privarci del nostro futuro.

La risposta popolare a tale privazione è indispensabile. Quando il Madagascar raggiunse l’accordo con la Daewoo Logistics per la concessione di 1,3 milioni di ettari di terreno per 99 anni e consentì la coltivazione ed esportazione di mais e di olio di palma alla Corea del Sud per 6 mila miliardi di dollari, gli agricoltori impedirono l’operazione fecendo cadere il governo.

L’Associazione degli Agricoltori Asiatici e la Lega Internazionale Panasiatica degli Agricoltori hanno realizzato, in dieci paesi del continente, una campagna il cui motto è: “fermiamo l’occupazione della terra! Lottiamo per una vera riforma agraria e per la sovranità alimentare dei popoli”.

E’ necessario conoscere il presente e i pericoli del futuro per intraprendere attraverso la lotta, l’unica via d’uscita possibile: il socialismo post capitalista solidale, sostenibile, programmato, di decrescita dei paesi industrializzati.

Nota: [1] Vedi Ama Binev http://www.rebelion.org/noticia.php?id=94638

Titolo originale: "Los grandes capitalistas a la conquista de tierras de cultivo de países pobres"

Fonte: http://www.argenpress.info/
Link
02.03.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA DAMMACCO
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6645

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Colpevoli di curare i malati

Il 5 marzo 2001 più di 40 compagnie farmaceutiche hanno portato davanti alla Corte di Giustizia il Governo Sudafricano, rappresentato da Nelson Mandela, per aver varato una legge definita pirata, la “Medicines and Related Substance Control Amendment Act”.Questa norma sfida apertamente le lobby farmaceutiche anteponendo agli interessi economici il diritto alla salute. Il Sudafrica ha iniziato così ad importare i farmaci necessari alla cura dell'HIV, vero flagello per questo paese, comprandoli nei paesi che li vendono a minor prezzo, senza passare direttamente dalle case produttrici. L'associazione dell'industria farmaceutica ha accusato lo Stato Sudafricano di violare così il monopolio dei brevetti sui farmaci da loro detenuto.Acquistare i farmaci in Thailandia comporta per lo Stato africano una spesa pro capite annua di circa 300 dollari contro i 10.000 dollari previsti dal tabellino prezzi che le compagnie farmaceutiche avevano imposto.Il processo si è concluso con il ritiro della denuncia da parte delle lobby farmaceutiche dopo che la “Treatment Access Group” (Tac), un gruppo attivista sudafricano fondato da tre persone malate di Aids, e “Medici senza frontiere” hanno contro denunciato le industrie con l'accusa di voler negare il diritto alla vita. Sembra utile ricordare alcune delle case farmaceutiche che hanno partecipato all'azione legale contro i poveri della terra:
ALCON
BAYER
BRISTOL MYERS SQUIBB
BYK
BOEHRINGER-INGELHEIM
DR. KARL THOMAE
ELI LILLY
GLAXO
HOECSHT MARION ROUSSELINGELHEIM
JANSSEN-CILAG
KNOLL
LA ROCHE
LUNDBECK
MERCK
MSD
NOVARTIS
NOVO NORDISK
OLIVER CORNISH
RHONE-POULENC
ROCHE
SMITHKLINE BEECHAMSCHERING
SMITHKLINE BEECHAM
UNIVERSAL PHARMACEUTICALS
WARNER-LAMBERT
WYETH
XIXIA
ZENECA