La TV mi guarda in cagnesco
di Marco Cedolin
dal sito http://ilcorrosivo.blogspot.com
Amenità, piccole facezie e pillole di controinformazione dal nord-est
di Marco Cedolin
Etichette:
società,
televisione
su diciamolatutta.tv
Nonostante le tante chiacchiere e le finte arrabbiature, Termini Imerese è praticamente morta, chiuderà di certo e diventerà una cattedrale nel deserto, luogo di sepoltura per acquile e sciacalli. Le cavolate che raccontano su eventuali produttori interessati e le parole varie sono assurdità enormi. Qualcuno avrebbe scommesso sul contrario? Centinaia di famiglie rimarranno senza lavoro e pertanto senza certezze per il futuro. Anche Pomigliano al 90% farà òa stessa fine,, nonostante Marchionne abbia detto che a Pomigliano dovranno cominciare le lavorazioni sulla nuova Panda, molti rimangono dubbiosi e scettici sulle dichiarazioni dello stesso Marchionne che ha inciuciato selvaggiamente con i sindacati, quei sindacati guidati da personaggi "straricchi" e sui quali nessuno indaga. Intanto Marchionni replica: "la speranza è che vi siano le certezze di un aiuto da parte del governo, perchè l'investimento per tenere in piedi Pomigliano in quanto è comunque da ristrutturalizzare, sono notevoli, e senza aiuti concreti difficilmente riuscieremo a farcela da soli". Sono 70 anni che la FIAT succhia soldi dallo stato, quando c'era la lira gli si regalavano decine di miliardi di lire per rimanere in funzione, da quando c'è l'Euro gli si regalano decine di milioni di euro per continuare ad esistere, la minaccia o il ricatto chiamiamolo come vogliamo, è sempre lo stesso da decenni. "O mi date i soldi o portiamo l'azienda all'estero". Adesso siamo al colmo! Vogliono ugualmente i soldi e hanno già portato di fatto l'azienda all'estero. Trasloco attuato con i sindacati in qualità di autisti. Ora, a prescindere dal fatto che si tratta di estorsione e truffa bella e buona, a prescindere dal fatto che piano piano e nemmeno tanto piano stanno portando un pezzo alla volta tutto all'estero in ogni caso, ci sarebbero tutti i crismi per "costringere" la FIAT a rimanere in Italia e riportare in Italia tutte le produzioni estere, compreso gli indotti e gli altri marchi appartenenti alla casa automobilistica. Come? Molto semplice, facciamo due conti su quanto gli abbiamo "prestato" NOI cittaditni ITALIANI con le nostre tasse da 70 anni ad oggi, ecco, in quanto lo stato siamo noi cittadini e il prestito lo abbiamo fatto noi, è giunto il momento di farci restituire l'intera somma compreso di interessi maturati, a questo punto Marchionne può portare via le produzioni, nel Congo Belga se gli conviene, può anche costruire macchine da cucire a marchio FIAT o farsi ingroppare da un addrizzatore di banane, l'importante è che versi allo stato 10 miliardi di Euro all'anno per i prossimi 20 anni, soldi necessari a rimborsare le famiglie che rimarranno senza lavoro, e anche a riportare un pò di ordine alle aziende più piccole che rimarranno in Italia e che proveranno ad andare avanti, chi con 2 chi con 10 chi con 100 operai, e che non ricattano nessuno. Marchionne non vuole restituire il prestito? Ma gli conviene? Crediamo di no, e se è un buon contabile come sostiene di essere, sarà meglio che cominci a fare i conti non solo con l'oste al proprio tavolo, ma con tutti coloro che erano invitati alla festa, coloro che nonostante la promessa che avrebbero mangiato tranquillamente, si trovano digiuni e affamati, e per di più stanno scoprendo che a loro spetta pagare il conto per intero. Marchionne! Fai il bravo, non siamo mica gli Americani.
dal sito http://www.diciamolatutta.tv/
di Wil su nonleggerlo.blogspot.com
1 - Perché se cade ritorna a vincere le elezioni.
2 - Perché uffi, io stavolta volevo che l'Opposizione approfittasse di questa legislatura all'Opposizione proprio per innovare, per osare, per ossigenare le stanze, tinteggiare le pareti, e gettarsi anima e corpo (seee) nella ricerca di nuovi candidati, che cacchio, siamo pur sempre 60.000.000 di abitanti, non so, qualche donna interessante, qualche volto nuovo, che no, il bye bye della Binetti non è mica abbastanza.
3 - Perché sono talmente stufo del "meno peggio", che sono persino stufo di dire che sono stufo del "meno peggio".
4 - Perché con le alternative che ci sono in giro, con le ipotesi balneari di cui si parla, siamo pure capaci di riabilitarlo a pochi giorni dalla caduta, quello là, e di dire "visto? contenti adesso? con Berlusconi si stava meglio!". Ecco, no, questo scenario rappresenta per me la fobia politica numero 1. Meglio rimanga al Governo. La riabilitazione potrà avvenire dopo una cinquantina d'anni dal tracollo, come sempre accade con quelli bravi, ma non nei successivi 49, e perché questo desiderio si avveri ci vuole una classe dirigente seria. Nei prossimi 49 dovranno tutti rinnegarlo, a parte Bondi, vabbè, ma da Stracquadanio a Quagliariello, da Gasparri a Minzolini, tutti a dire "C'aveva imprigionato, stregato, legato, drogato, per fortuna che è finita, eddai, scurdammoce o'passato", e noi "Cheeeee? siete matti?", e giù tutti a rinfacciare loro ogni singola slinguata, ogni impercettibile porcata, con i nostri volti solcati da quel malefico ghigno, "Ah-Ah-Aaaaah!".
5 - Perché voglio che esca pazzo da questa cosa con Fini ... già, avete capito bene ... embè?, sì, voglio godermi lo spettacolo: in questo momento il Premier più processato d'Occidente è pericolosamente esposto a tutte le granate giudiziarie che gli pioveranno in testa questo autunno, e diosolosa cosa dovrà inventarsi, stavolta, per mantenere la fedina penale pulita (!?), con i finiani pronti a triturargli i maroni - si spera - al minimo "ad...".
6 - Perché ... ce l'avevo ma ora mi sfugge.
7 - Perché se gli italiani non ne hanno ancora abbastanza del Cavaliere, di questa Italia che è la più brutta dal dopoguerra ad oggi, significa che il Cavaliere ce lo meritiamo ancora, per tutto il tempo necessario, fino alla fine, perché credo nelle parole di Montanelli, che la "malattia-Berlusconi" si cura solo con una dose massiccia di Berlusconi, e ancora e ancora, fino ad ottenerne il vaccino, e l'immunità totale. Per noi però, stavolta.
8 - Perché dopo 16 anni di Berlusconi, lo grido al mondo intero, da San Francisco a Stoccolma, da Tokio a Barcellona, tutti testimoni!, acciderbolina se ci meritiamo un nuovo, grande esecutivo, col cazzo che mi accontento di un Bersani-Montezemolo-Fini-Casini, ma proprio per niente.
9 - Perché se cade, stavolta dev'essere un tonfo (e oggi non sarebbe così), un boato orgasmatico nazionale plurimo, la fine politica del Santo Papi, per sempre però, qualcosa di memorabile, cinematografico, un "The End" tarantiniano, con le loro facce smorte nei titoli di coda e le chitarre dei Clash a bruciarne i resti istituzionali, perché sì, fateci godere, che ci spetta di diritto.
10 - Perché pensateci un attimo: lasciando da parte - si fa per dire - il dramma culturale, sociale, etico, mediatico e finanziario (osservate il portafogli) rappresentato dall'era berlusconiana, ecco, se le cose devono andare proprio male, io preferisco che vadano male con il Santo Papi, che sono pur sempre un blogger, per Dio!, e questo Paese, oggi, è il paradiso dei Blogger.
dal sito http://nonleggerlo.blogspot.com/
Etichette:
berlusconi,
italiani,
politica
di Roberto Cuda
Se c’è una cosa che ha insegnato la crisi finanziaria è che staremmo tutti meglio con meno finanza.
Dall’agosto del 1971 – quando ha inizio il regime di “cambi flessibili”, che scardinano il sistema creato a Bretton Woods – si sono susseguite decine di crisi finanziarie, alcune di eccezionale gravità, che hanno messo a repentaglio la sicurezza di interi paesi e i diritti acquisiti di milioni di persone. Nel frattempo la finanza ha assunto dimensioni difficili perfino da immaginare, arrivando a condizionare pesantemente le politiche degli stati. Ogni anno vengono scambiati titoli per 1.500.000 miliardi di dollari, pari a circa 4.100 miliardi di dollari al giorno, circa il doppio del Pil italiano prodotto in un anno.
E pensare che nel 1970 tali transazioni si aggiravano tra i 10 e i 20 miliardi di dollari. Oltre il 90% di esse sono di natura speculativa e questo ha accresciuto enormemente la volatilità dei mercati e la possibilità di nuove crisi, arrivando a intaccare l’economia reale. L’illusione che il denaro potesse creare magicamente altro denaro, senza produrre nulla, ha messo alla prova la creatività degli ingegneri finanziari, che ogni giorno mettono a punto nuovi complessi strumenti, talvolta incomprensibili perfino a chi li ha creati. Si possono benissimo comprare e vendere milioni di titoli senza nemmeno possederne uno, scommettendo sulle continue differenze di valore.
Se la finanza nasce come luogo dove chi ha bisogno di capitali può rifornirsi da chi ne ha in eccesso, oggi essa è per lo più una piazza di scommesse. Ma i beni sottostanti sono sempre quelli: azioni, ossia porzioni di aziende, obbligazioni, ossia prestiti ad imprese o a stati, per attività alle quali lavorano persone in carne ed ossa. E quando un titolo scende non ci perde solo l’investitore, ma anche i lavoratori e i consumatori, poiché gli azionisti/investitori faranno di tutto per far riguadagnare valore alle azioni in portafoglio, tagliando costi del personale, spese per la ricerca, servizi al consumatore, misure antinquinamento, oppure intensificando lo sfruttamento del suolo e dell’ambiente, tutte azioni finalizzate a far lievitare i profitti. Ma ciò avviene anche quando il titolo non scende, semplicemente per mostrare un bilancio in attivo alla comunità degli investitori, che per legge deve essere pubblicato ogni trimestre.
Il risultato è una continua erosione dei diritti dei lavoratori e un aumento dell’attività predatoria dell’azienda, a scapito di tutti. Trent’anni di finanza selvaggia hanno aumentato la disuguaglianza, creando nuove classi di privilegiati, capaci di maneggiare le leve delle speculazione finanziaria ma del tutto irresponsabili circa le ricadute sociali delle loro azioni. La crisi in corso ha già aumentato il debito dei paesi Ocse di 20 punti percentuali, che a loro volta produrranno oneri per interessi che ricadranno sulla collettività. Ma sarebbe interessante fare una stima dei costi economici e sociali dell’ascesa della finanza a partire dagli anni 70, nonché i costi politici in termini di crisi della rappresentanza a della sovranità. Vedremmo che forse non è valsa la pena e a guadagnarci sono stati davvero pochi. Vedremmo che mai come oggi urge una nuova regolamentazione, che restringa il raggio di azione della finanza.
E sulla quale, a quanto pare, nessuno ha voglia di lavorare. E allora dovremmo chiederci cosa potremmo fare come risparmiatori e come società civile, per non dare sostegno un sistema ormai degenerato. Sulle colonne del Corriere delle Sera il bravo Massimo Mucchetti si poneva degli interrogativi cruciali, parlando dei famigerati hedge funds (fondi di investimento speculativi).
Era il 14 maggio scorso, dopo i primi violenti attacchi speculativi all’euro: “È troppo chiedere che i soggetti regolati (perché usano i soldi degli altri) (in primis le banche, ndr) possano finanziare questi soggetti speculativi solo a patto che impegnino quote di patrimonio proporzionali alla leva che questi stessi soggetti speculativi usano e ne diano conto a loro volta al mercato? E’ sbagliato pretendere che chi specula depositi prima la posta? O esigere che la libertà di manovra dei fondi sovrani sia subordinata all’osservanza di obblighi minimi di trasparenza? L’ opacità di certi operatori, avvertono i magistrati, può servire a riciclare il denaro caldo delle mafie e dell’ evasione fiscale, ma anche – e sarebbe una beffa già vista – a usare i soldi delle banche centrali contro le ‘loro’ monete. Un tal giro di vite comporterebbe, alla fine, meno finanza? Se fosse, sarebbe forse un dramma? E per chi?”
dal sito www.finansol.it
“Futuro e libertà per l’Italia”: questa la sigla scelta da Gianfranco Fini per i due nuovi gruppi parlamentari coi quali, al Senato ma soprattutto alla Camera, il premier dovrà ora confrontarsi per sperare di restare in sella, dopo lo “schiaffo” inflitto all’ex leader di An, reo di aver di fatto neutralizzato la legge-bavaglio e denunciato il saldo negativo tra Pdl e legalità, dopo i casi Scajola, Brancher, Verdini e Cosentino. Messo fuori dal Pdl, Fini ha schierato le sue truppe in Parlamento: una dozzina di senatori e, a sorpresa, 34 deputati. Quanto basta per condizionare il futuro del governo in nome «dell’interesse generale», ovvero: giustizia sociale (stop alla guerra agli immigrati) e legalità politica (no alla corruzione del potere).
Se, come annota Marcello Sorgi sulla “Stampa”, la “cacciata” di Fini dal Pdl è potuta maturare grazie all’appoggio degli ex “colonnelli” finiani, da Gasparri
a La Russa, ormai conquistati alla causa berlusconiana, scondo “L’Unità” le sorprese potrebbero proseguire in Parlamento, dove alcuni esponenti del Pdl – da Santo Versace all’ex ministro Beppe Pisanu, ora presidente dell’Antimafia – non hanno gradito la “crociata” contro il presidente della Camera. Sorgi parla di una «metamorfosi uscita dalle rovine del Pdl: da partito unico del centrodestra a partito esclusivo del presidente», grazie a una «nuova forma di cameratismo» che marchia una nuova identità collettiva che ricorda la stagione del “Caf”, il patto di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani «caratterizzato da intercambiabilità, indifferenza ed empirismo senza principi, piegato al mantenimento del potere, che visse una breve fortuna e accompagnò la Prima Repubblica verso la fine».
«Berlusconi – scrive Mario Sechi, direttore del “Tempo” – non avrà il problema di finanziare la sua avventura», mentre a Fini toccherà «puntellarsi nel Palazzo» e «trovare i soldi per mandare avanti la baracca». Una sfida senza quartiere: «Come in ogni guerra d’assedio che si rispetti, i lealisti berlusconiani cercheranno di tagliare viveri e rifornimenti ai ribelli finiani», che minacciano – grazie al loro numero – di «rendere la vita durissima a Berlusconi». Secondo Sechi, per sopravvivere la maggioranza dovrà per forza allargarsi ad altre forze. «Primo segnale: ieri il gruppo di
Rutelli ha votato la riforma universitaria della maggioranza». Quali le prossime mosse? «Stavolta chi darà lo scacco matto non concederà la rivincita all’avversario».
Per Antonio Polito, direttore del “Riformista”, a colpire è ancora una volta «la maledizione di metà legislatura» che impedisce a Berlusconi di governare con continuità: «Accadde già nella legislatura 2001-2006, ed anche allora tutto cominciò con un mal di pancia di An, causato dalla sconfitta del candidato della destra alle provinciali di Roma. Si avviò così un percorso di crisi virtuale del governo (rottura con Casini, subgoverno con Fini, caduta di Tremonti e ritorno di Tremonti) che portò il berlusconismo sfinito e di fatto già sconfitto alle elezioni. Stavolta non c’è voluta nemmeno un’elezione locale perché la maledizione si avverasse: da oggi la maggioranza politica uscita dalle urne non c’è più».
Una tranquillità sfortunatamente minata dal cupo scenario di due crisi internazionali – ieri l’11 Settembre, oggi il crac finanziario del capitalismo globale – ma anche i limiti politici del premier: «I governi Berlusconi soffrono tutti di spossatezza e debilitazione programmatica», continua Polito. «Nati per rifare il sistema della giustizia penale, di solito si riducono a una Cirielli o a un lodo Alfano, quando non scivolano nell’obbrobrio di un caso Brancher. Nati per scrivere la libertà d’impresa addirittura nella Costituzione, finiscono per inciampare su un articolo 18, sbattere il muso su
Marchionne o inseguire Bossi sulle quote latte. Così che quando Berlusconi esalta il governo del fare è come se ammettesse implicitamente la fine del governo del pensare».
Incapace di cambiare l’Italia secondo promesse, scrive Polito, «Silvio di solito si riduce a gestirla come meglio può», mettendo in mostra i limiti del suo potere, carismatico ma impacciato nei corridoi della leadeship politica: «L’uomo che passa per essere il grande seduttore è riuscito a litigare con Umberto Bossi nella prima legislatura, con Pierferdi Casini nella seconda e con Gianfranco Fini nella terza. Avendo così esaurito l’intera gamma dei suoi alleati, tant’è che per cercarne di nuovi è già al secondo giro con Bossi e sarebbe pronto a tornare anche con Casini». Quello che ne esce peggio è proprio Berlusconi, insiste Polito: «Prima o poi gli elettori si chiederanno se è sempre colpa di qualcun altro quando il governo si arena». Espellere il dissenso? «Più soli non ha mai voluto dire più forti; non in politica. Dalle maggioranze bulgare che avevano dato a Berlusconi, gli italiani si aspettavano anni tranquilli e fattivi, non questo Vietnam», che porta l’Italia in acque incerte, «inesplorate anche per Bersani e per l’opposizione».
E mentre Gad Lerner avverte dal suo blog che «nei prossimi mesi» sarà Umberto Bossi a vibrare il fendente decisivo contro Berlusconi, «il
Napoleone declinante», il direttore di “Megachip”, Pino Cabras, offre un’analisi drammatica della situazione: «Il blocco di potere che si è saldato intorno al Caimano – scrive – non regge agli effetti della Grande Crisi economica e finanziaria, ingovernabile per una galassia di cricche parassitarie, tanto meno governabile se l’unica missione-paese che propone è il vecchio piano di Gelli innestato nello sfacelo statuale del leghismo, il tutto tenuto insieme dal kombinat politico-mediatico-paramassonico fondato da B. e Dell’Utri».
Secondo Cabras, è questa la ragione per cui Fini ha da tempo «iniziato il suo pellegrinaggio presso logge e poteri forti, in Italia e fuori: lui e loro sono consapevoli che la gelata è finita e che il caos repubblicano si ritrova a fare i conti con i fantasmi del 1993, i segreti indicibili, i complotti, e avrà bisogno di nuovi equilibri». Se i nostalgici dei governi tecnici fanno già scaldare i motori «ai Goldman Draghi e ai D’Alema» i quali «sibilano auspici per un velleitario “patto per la crescita”», in realtà nessuno di loro dirigerà una rinascita: «Chiunque governerà ora – afferma Cabras – sarà un curatore fallimentare che livellerà il tenore di vita di un paese in rotta fino agli standard della Serbia», alle prese con «una fase politica piena di incertezze e pericoli» nella quale «occorrerà coniugare difesa dei diritti con idee politiche nuove e autonomia di pensiero, senza andare a rimorchio di alcuna moda né di alcun leader partorito dalla casta».
dal sito www.libreidee.org
Etichette:
berlusconi,
politica
di Alessandro Robecchi
La fuga di una quarantina di finiani dal Centro di Identificazione ed Espulsione di palazzo Grazioli pone fine alla prima repubblica e mezzo, che i soliti esagerati hanno sempre chiamato seconda repubblica. Ciò apre nuove prospettive politiche al momento misteriose, che possono andare dalle elezioni anticipate a un governo di larghe intese, fino a un suicidio di massa modello Guyana. Comunque evolva la situazione, una cosa è certa: si apre un enorme mercato per la nostra Agenzia di Ricollocamento, il primo social network per richiedenti asilo in fuga dal Berlusconistan. Con breve preavviso e pagamento anticipato (solo contanti, no assegni circolari a sua insaputa) forniamo nuove identità, passaporti, certificati di buona condotta, riposizionamenti professionali. Il direttore di Tg vuole convincere tutti di non essere stato un megafono di Silvio? Nessun problema, noi possiamo aiutarlo a espatriare con una falsa identità. I nostri servizi cancellano perfettamente ogni passato imbarazzante, cinegiornali, dichiarazioni di fedeltà, prove d’amore, piaggerie, servilismi, voti di fiducia e persino certe rubrichette su Panorama. Nei casi più gravi possiamo organizzare periodi di quarantena, o addirittura conversioni miracolose. Qualche gerarca potrà, con documenti da noi predisposti, rivendicare di aver salvato degli oppositori dal licenziamento o da qualche editto bulgaro. Ad altri potremo fornire false prove in modo che possano inalberarsi e dichiarare: “Berlusconi? Mai conosciuto!”. Abbiamo aperto da qualche giorno e già c’è la fila fuori. Certo, ci sono casi irrisolvibili, situazioni in cui non basta cancellare un po’ di materiale d’archivio. Ma grazie alla convenzione con alcuni dentisti, impiantiamo capsule di cianuro nei molari, in modo che i fedelissimi possano interrompere in ogni momento la permanenza nel bunker di Arcore. Insomma, lo facciamo per senso di pacificazione nazionale. E naturalmente per soldi, perché Silvio ci ha pur sempre insegnato qualcosa.
dal sito http://www.alessandrorobecchi.it/
Etichette:
berluscones,
politica,
satira
di Wil, da nonleggerlo.blogspot
Etichette:
berlusconi,
fini,
politica
di Lameduck
Etichette:
berlusconi,
disinformazione,
feltri,
fini,
politica
Etichette:
berlusconi,
italiani,
politica,
satira,
vignette
Nel paese della bugia, la verità è una malattia
Gianni Rodari